//Netanyauh è solo parte del problema

Netanyauh è solo parte del problema

di | 2025-09-03T19:05:05+02:00 3-9-2025 19:05|Alboscuole|0 Commenti
Crescono le azioni di protesta dell’opinione pubblica internazionale contro quanto è già avvenuto in Palestina e contro i piani finali del governo israeliano annunciati dal primo ministro Benjamin Netanyauh e già in fase di attuazione. La proposta avanzata da Arabia Saudita e Quatar di una tregua per avviare i negoziati, già accettata nella scorsa settimana da Hamas, non riceve una risposta ufficiale da Israele. Essa prevedeva una tregua per avviare i negoziati con il rilascio degli ostaggi in due tranche. Nel contempo diventano sempre più numerose le dichiarazioni e le prese d’atto di molti Stati rispetto a ciò che accade : a Gaza , senza più alcun dubbio, è in atto un genocidio. Con buona pace di tutti quegli israeliani che hanno difficoltà ad ammettere che quanto è successo agli ebrei nel secolo scorso può ripetersi ( come già è avvenuto) in ogni angolo del mondo sia pure in tempi e forme diverse e che ciò non sminuisce affatto le loro sofferenze né tanto meno ne compromette la memoria. Semplicemente semmai, riconosce dignità al dolore di un altro popolo oppresso in nome di un valore comune: l’appartenenza alla famiglia umana. Tale difficoltà dovuta talvolta anche a motivazioni inconsce è da tempo oggetto di studio della psicologia. La società civile o perlomeno quella che resta tale, manifesta in tutto il mondo il suo sdegno di fronte alla violenza inaudita e agli inaccettabili crimini che si stanno commettendo a Gaza e in Cisgiordania nei confronti di civili inermi, di bambini e di giornalisti scomodi, colpevoli di raccontare la verità che Israele con ogni mezzo ha cercato di nascondere. A dire il vero, e a una analisi più attenta, la comunicazione utilizzata dal governo israeliano che da una parte nega i suoi crimini e dall’altra ne rivendica orgogliosamente la paternità, potrebbe apparire incoerente . In realtà essa è lucidamente modulata a seconda che abbia una destinazione internazionale o interna ( basata quest’ultima sull’enfasi nazionalistica e messianica quando si rivolge ai suoi cittadini, arrogante e muscolare quando è diretta ai palestinesi, mai differenziati da Hamas. ) Questa presa di coscienza era quello che avevamo auspicato fino a qualche mese fa : che il mondo si svegliasse e dicesse basta. La sensazione che si prova in questi giorni è che nulla serva più, che nessun grido, nessun rumore, nessuna protesta abbia un senso e soprattutto un effetto anche perché resi vani dall’immobilismo delle istituzioni europee incapaci di tradurre in azioni concrete le tardive parole di condanna. Tuttavia occorre reagire a questo senso di impotenza che non possiamo permetterci. Come afferma Rosanna Virgili dalle pagine de l’Avvenire alla vigilia della giornata di digiuno e preghiera indetta da papa leone XIV: “[…] Nel nostro cuore è l’inquietudine del tempo – per cui – sempre come diceva Agostino – non esiste né il passato né il futuro e il presente è un istante fugace. E il presente di Gaza – e di Israele, di Ucraina, di Russia, di Sudan, di Haiti, di Europa – è un presente urgente. Che non può aspettare. Che non può fermarsi più a pensare. Che non si può permettere di fare della preghiera una delega ma deve avere il coraggio del grido. Della denuncia, della pretesa che i governi – come il nostro – non forniscano più armi vendute per difendersi usate per offendere e uccidere i civili. Il presente urge di diventare un kairòs, l’occasione propizia di una rivolta contro l’orrore, la bestialità, la demolizione del diritto e della democrazia, lo scherno della giustizia, la violazione della vita.” Di sicuro non aiuta la soluzione dei problemi un approccio semplificato a una situazione estremamente complessa . A partire dalla terminologia. Non si può definire guerra nel senso storico e giuridico del termine ciò che sta avvenendo in Palestina. Anzitutto perché non ci sono due Stati che si fronteggiano. E infatti non è mai stata dichiarata guerra alla Palestina e neppure ad una autorità amministrativa riconosciuta come tale, bensì ad Hamas, definito e combattuto come gruppo terroristico, ma di fatto considerato forza politica leader del popolo palestinese che nell’averlo votato si sarebbe assunto la responsabilità delle sue azioni terroristiche. Se non fosse che oggi nei territori palestinesi il 58,9 per cento degli abitanti ha meno di venticinque anni e il 39,1 per cento meno di quindici. Significa gravare della responsabilità di quella scelta una popolazione la stragrande maggioranza della quale non era nata o aveva pochi anni. Insomma si condanna un gruppo terroristico che come spesso si sente dire terrebbe in ostaggio il popolo palestinese e poi si puniscono i palestinesi tutti, compresi i bambini e i neonati. Qualcosa non torna. Come se dopo una strage di mafia avvenuta in America si fosse rasa al suolo la Sicilia. ( Che a pensarci è poi ciò che è avvenuto all’indomani del crollo delle torri gemelle in Afghanistan. ) Pur allontanandoci da una questione meramente terminologica, la questione palestinese non è e mai lo sarà “solo” una guerra. Anzi, non lo è affatto. La questione palestinese è anzitutto il precipitato storico di una logica coloniale ed eurocentrica del mondo che portò alcuni paesi europei ad arrogarsi il diritto riconosciuto poi dalla Lega delle Nazioni di spartirsi le zone d’influenza in Medio oriente cosicché la Palestina ricadde assieme alla Transgiordania e all’Iraq in quella attribuita al Regno Unito. E’ il cd mandato britannico filosionista che si esercita con il pugno di ferro dagli anni ’20 e fino al 1947 quando, dopo aver massicciamente incentivato l’immigrazione di ebrei europei in Palestina che il movimento sionista aveva eletto a sua nuova patria,si ritira quando il fenomeno diventa ingovernabile. Nello stesso anno l’ONU propone un piano per la costituzione di uno stato ebraico quale risarcimento delle terribili sofferenze subite al quale si attribuirebbe il 55 % della Palestina e di uno stato palestinese al quale andrebbe il 45%.Questo piano, encomiabile nel suo intento di dare finalmente un posto in cui vivere agli ebrei europei è incomprensibile al di fuori di una logica europea e coloniale perché fa pagare tutto il prezzo di un tale risarcimento a un Paese unito che nel ’47 occupava il 94% del territorio contro il 6% occupato dagli ebrei europei che vi si erano trasferiti spinti dal progetto sionista. Perché mai gli arabi avrebbero dovuto accettare questo smembramento della loro terra, perché avrebbero dovuto rinunciare al 55% dei loro territori per saldare un debito dei cui l’Europa era responsabile? Perché non saldare quel debito, non lavare quella macchia all’interno del vecchio Continente? La soluzione proposta dall’Onu che dall’esterno poteva sembrare equa, dal punto di vista degli arabi palestinesi che pure in anni passati avevano pacificamente convissuto con ebrei palestinesi e palestinesi cristiani, equa non era affatto. Il piano non venne accettato e questo scatenò nel ’48 una guerra alla quale presero parte anche alcuni stati arabi. Israele rivela da subito il suo modus operandi fatto di violenza e di terrorismo: 750.000 persone vengono cacciate con la forza dalle loro loro case, 500 villaggi sono distrutti, 53 i massacri compiuti E’ quella che i palestinesi ricordano come “NaKba”, la catastrofe. Molti palestinesi portano con sé le chiavi di casa nella speranza di potervi fare ritorno. Non succederà mai. Saranno condannati ad essere un popolo in esilio fino ad oggi. Quando sentiamo dire che prima della guerra scatenata da Israele c’è stato il 7 ottobre ricordiamo che prima del 7 ottobre c’è un’occupazione e un progetto che oggi si palesa senza più remore o infingimenti nelle parole di Nettaniauh, dei suoi ministri, dei coloni sostenuti dal governo e dall’IDF. La questione palestinese nasce poi da una politica di occupazione che ha incessantemente sottratto territori ai palestinesi a partire da Gaza , dalla Cisgiordania e da Gerusalemme est che Israele sottrae rispettivamente all’Egitto e alla Giordania nella guerra dei 6 giorni . Una risoluzione ONU, la 242, chiederà invano il ritiro dai territori occupati in cambio del riconoscimento dello stato ebraico da parte degli stati arabi confinanti. Per tutta risposta Israele incoraggerà coloni ebrei ad insediarvisi e manterrà una occupazione militare sui due territori. Tale politica illegale di occupazione si è avvalsa della complicità del settore privato dell’economia israeliana diventando come spiega la relatrice ONU Francesca Albanesi una economia di occupazione per sottrarre terra ai palestinesi e sostituirli con i coloni israeliani supportati dall’esercito. Si è trattato di un processo lungo e complesso nel quale è coinvolto il tessuto imprenditoriale e quindi tutta una serie di soggetti e operatori economici ognuno dei quali è diventato un tassello fondamentale del progetto isrealiano oggi rivelato dalle intenzioni e dai fatti quando non rivendicato dai ministri del governo Nethanyauh : la cancellazione della possibilità di uno stato palestinese Così Smotrich, ministro delle finanze nell’annunciare il via libera a 3400 nuovi insediamenti in Cisgiordania. Senza la complicità delle imprese di costruzione solo per fare un esempio, non sarebbe possibile demolire le case dei palestinesi cacciati con la forza. Questa economia di occupazione falsamente giustificata come essenziale alla autodifesa di Israele ha avuto anche la complicità degli stati occidentali, l’America e l’Europa che con Israele e con la necessità di autodifesa hanno fatto affari. Il fatto è che come affermato dalla Corte di giustizia già nel 2004 Israele ha in effetti un problema si sicurezza, ma perché è uno stato occupante. Il modo di risolvere il problema è, a detta della stessa Corte, ritirarsi dai territori illegalmente occupati. La nuova area E1 toglie ogni possibilità e ogni senso alla possibilità della soluzione a due stati tanto cara a diversi stati europei ma ormai di fatto impraticabile. La questione palestinese è anche attuazione di piani di segregazione funzionali alla occupazione e che ha un impatto fortissimo sulla vita delle persone. Basti pensare all’ amministrazione della giustizia e agli esiti dei processi nei territori : la stragrande maggioranza degli israeliani riceve condanne di assoluzione. Per i coloni praticamente l’immunità e anzi il sostegno dell’idf. Per i palestinesi invece, la stragrande maggioranza delle sentenze è di condanna. Il processo di distruzione dei palestinesi. Dunque per tutte queste ragioni e per molte altre ancora, quella che si sta combattendo a Gaza non è una guerra, è una delle innumerevoli fasi di un processo reso possibile da una serie infinita di interessi e di complicità che non riguardano solo Netaniauh e il suo governo ma che sono ormai strutturati all’interno della società israeliana e del suo tessuto economico , pur se con qualche elemento di discontinuità e dissenso. Il processo di cui sopra va dalla sottrazione dei diritti patrimoniali dei palestinesi ( a partire dalla casa ) alla violazione del diritto alla libertà( di circolazione, di pensiero, fisica e psichica), alla segregazione; per arrivare infine alla deportazione e alla negazione del diritto alla vita . Tutti i genocidi si sviluppano e attuano con le medesime modalità. Basta studiarli attentamente per poterli riconoscerli fin dalle prime fasi. Giuridicamente simili processi nella storia sono stati resi possibili dalla teorizzazione prima imposta da una Autorità ritenuta credibile, poi condivisa da una maggioranza coesa, della possibilità di limitare la capacità giuridica e quindi i diritti fondamentali di alcuni soggetti appartenenti a minoranze etniche, religiose e di qualsivoglia altro tipo. Secondo il positivismo giuridico i diritti umani esistono solo se e per chi lo Stato li riconosca. Necessaria all’ultimo passaggio , quello per cui l’autorità è legittimata ad infierire sulle minoranze nei modi che ritiene più efficaci fino ad eliminarle senza sollevare significative obiezioni morali, è la disumanizzazione delle persone appartenenti a tali gruppi cui contribuisce la percezione delle stesse come pericolose, inferiori, inutili, immorali e così via. L’annunciato piano di occupazione totale della Striscia e la ” migrazione volontaria” verso altri paesi ( poveri e in guerra) che tanto somiglia ad una soluzione finale come ultima opzione, dovrebbe far accapponare la pelle ad ogni essere umano, ad ogni istituzione democratica e a chi la rappresenta. E in effetti le reazioni sono tante, in varie parti del mondo. Persino il nostro governo terzo nella fornitura di armi ad Israele si è detto contrario . Restano da chiarire le ragioni di tale contrarietà. Pare legittimo il sospetto (tutto da dimostrare naturalmente) che tra esse ci sia la paura di essere coinvolti da flussi migratori di profughi palestinesi, quelli che saranno usciti vivi dall’ultima nakba. Antonia Gabriella D’Uggento