Quel giorno d’estate ero a lavoro: facevo il cameriere in un ristorante. Visto che c’era una moltitudine di clienti, il capo mi chiese di restare un altro po’ per aiutarlo; io accettai. Quando l’orologio segnò le 21:00, finalmente ebbi il permesso di tornare a casa. Per mio sollievo, c’era ancora la luce del tramonto. Percorsi la solita strada a piedi. C’era una leggera pioggerellina che rendeva fresca la sera; attraversai il solito ponte costruito sul fiume che percorreva la città. Appoggiata alla ringhiera sul fiume c’era Miss Willow, una mia cara amica delle scuole superiori.
Ci aveva separato un litigio banale, di cui neanche ricordavo il motivo; da quel giorno non l’avevo più vista e dentro di me non l’avevo più chiamata Amy come avevo sempre fatto, bensì col suo cognome: Miss Willow.
Amy Willow era una signorina alta e magra con capelli violacei e lisci che mi riscaldavano il cuore, occhi blu mare che io adoravo, mani lisce e lunghe con cui suonava le sue melodie al pianoforte; indossava occhiali rosei appuntiti alle estremità. Era molto precisa e misteriosa, ma apprezzata dalla gente; negli ultimi tempi si era sparsa voce che abitasse in un castello in cima a una montagna, che si affaccia su un dirupo coperto di nebbia; lì mai nessuno osava avventurarsi. Io però non volevo crederci, perché lei aveva sempre abitato in un’accogliente casa in città.
Mi affiancai a lei con l’intento di ritornare insieme, riprendendo la nostra amicizia, ma mi respinse dicendo: “Nick Jones, vai via subito!”. Io non la ascoltai e lei si infuriò.
Nel momento in cui il sole calò e non se ne poté più vedere neanche un raggio, Miss Willow iniziò a correre più veloce che mai, mentre io la seguivo col fiatone. Correndo, vidi cambiare qualcosa in lei: i suoi bei capelli si arruffarono e diventarono neri come la fuliggine…
Ero in preda all’angoscia. Quando si voltò a guardarmi, vidi che i suoi occhi avevano cambiato colore in un rosso fiammeggiante. Un brivido mi percorse la schiena; le sue mani si fecero ossute e ruvide, i canini si allungarono fino a diventare appuntiti come coltelli e il suo volto si fece grifagno… Ero nel panico più totale, totalmente terrorizzato.
Volevo convincerla a fermarsi, ma non riuscivo a parlare o a fermare la corsa. Gli alberi correvano veloci, come il cielo e la terra intorno a me. Iniziò a piovere fortissimo, ero zuppo d’acqua, le mie gambe erano stanche e anche io. A un certo punto anche i vestiti di Miss Willow cambiarono: dov’era la sua delicata camicetta rosa spuntarono una camicia color sangue, una giacchetta nero corvo e un mantello di velo nero. Che orrore!
Arrivammo a quel castello di cui la gente parlava; ora avevo la conferma che viveva lì. Ero stupefatto, ma sentivo che aveva bisogno di me e dovevo fare qualcosa per aiutarla.
Il castello era molto misterioso come lei era sempre stata, era coperto di inquietanti mattoni neri; appena mi avvicinai scorsi tutti i dettagli: aveva tanti corvi appesi, che sembravano veri. Intorno al castello c’era una nebbia bassa che metteva ancora più terrore.
Le porte si aprirono e iniziai a vedere l’interno, mi intrufolai di soppiatto dentro il castello e la porta sbatté dietro di me. Tutto era nero, non si potevano vedere altri colori oltre che la luce fioca delle candele sparse per le stanze.
Un altro brivido mi percorse la schiena quando Miss Willow si avvicinò a me: aveva una camminata elegante ma angosciante; mi guardò fisso negli occhi mentre io tremavo e cominciò a parlarmi:
“Vedo che sei venuto a farmi visita… Che gentile… Ma ancora non sai che punizione ti aspetta per aver osato seguirmi, ormai non siamo più amici e quindi non ti voglio vedere nella M-I-A casa.” Fece lo spelling di quella parola. Ricominciò a parlare dopo un eterno minuto passato a scrutarmi attentamente: “Sai cosa mi è successo dopo che te ne sei andato? Te lo dico io, sono diventata quello che ora hai davanti perché ero arrabbiata con me stessa, ma ora sono più forte e posso fare ciò che voglio! Guarda che so fare”.
Dopo aver pronunciato queste parole, iniziò a volteggiare per il salone e all’ improvviso diventò un leone e poi un gatto nero e infine un’aquila: mi prese dalle spalle con i lunghi artigli e mi fece fare il giro del castello volando. Dallo spavento, ero diventato molle come gelatina… Arrivammo a una porta con una piccola apertura chiusa da sbarre, io intuii che fosse una prigione, Amy atterrò e si ritrasformò nel mostro che era diventata, aprì la porta e mi sbattè dentro, chiudendola a chiave.
Dentro c’era puzza di sangue marcio, ma almeno c’era una minuscola finestra che dava verso l’esterno. Mi posizionai in un angolino e iniziai a ragionare; poi mi alzai, mi feci coraggio e iniziai a parlarle, tremante: “Amy, sai che io non… non volevo quel litigio; quando non ci parlavamo ero tristissimo, ho pensato che tu non mi volessi più bene, allora mi sono allontanato. Ti chiedo scusa e vorrei tornare tuo amico… Sempre se me lo permetti”.
Lei iniziò ad avvicinarsi lentamente e disse a bassa voce: “Questo era quello che pensavo anch’io”. Vidi qualcosa cambiare in lei. Stava tornando se stessa, un po’ di speranza crebbe in me: si inginocchiò a terra e chiuse gli occhi. Stette una decina di minuti così. Infine, decise di aprire la prigione: le mie parole avevano avuto l’effetto di risvegliare in lei l’animo di una volta.
Da quel giorno io e Amy restammo insieme per sempre, passammo indimenticabili giorni e ancora oggi siamo grandi amici.
Jamila Sbiroli D’Aprile
