dalla Redazione del TGTassoNews – L’Acqua Tofana, anche nota come Acqua Toffana o Acqua Tufania, era un veleno molto potente e letale usato in Italia, principalmente nel XVII secolo, ma di cui si hanno tracce anche nel XVIII secolo. Si trattava di una sostanza incolore, inodore e insapore, composta principalmente da arsenico, piombo, e talvolta antimonio. La sua caratteristica principale era la capacità di provocare la morte in modo apparentemente naturale, rendendo difficile l’identificazione come avvelenamento, e permettendo alle vittime di morire nel giro di pochi giorni, o anche più a lungo se le dosi erano basse.
L’invenzione di questo veleno viene attribuito a Giulia Tofana, cortigiana e fattucchiera, considerata una serial killer “sui generis”, in quanto simpatizzante per donne che si sentivano intrappolate in matrimoni sbagliati, alle quali vendeva veleni da somministrare ai mariti. Giulia Tofana visse nell’Italia del XVII secolo, un’epoca in cui le donne intrappolate in matrimoni brutali e violenti non avevano vie d’uscita legali e pochi posti dove rifugiarsi. In silenzio, offrì loro un’opzione: una piccola fiala di veleno chiamato Acqua Tofana. Il liquido, limpido e insapore, poteva essere aggiunto al vino o alla zuppa del marito in diverse dosi, facendolo apparire più come una malattia improvvisa che come un omicidio.
Giulia non agì da sola; collaborò con la figliastra Girolama Spana e una rete di donne fidate per distribuire l’Acqua Tofana alle mogli disperate in fuga da uomini violenti. Operavano sotto la copertura della vendita di cosmetici e ciprie, muovendosi con discrezione in città come Roma e Napoli.
Il veleno divenne famoso per la sua efficacia e delicatezza ma, dopo alcuni anni, una cliente della donna, la contessa di Ceri, per liberarsi del marito, utilizzò tutto il liquido della boccetta contenente il veleno, smuovendo i sospetti dei parenti del defunto. Le indagini condussero a Giulia Tofana, la quale venne imprigionata e torturata, ammettendo di aver venduto, soprattutto a Roma, durante il periodo della peste (cosa che rendeva ancora più difficile identificare gli avvelenamenti), boccette sufficienti ad uccidere 600 persone, in un periodo compreso tra il 1633 e il 1651, anno della sua morte. A ereditare il segreto dell’acqua tofana fu la figliastra Girolama Spana. Ma costei, contrariamente alla matrigna che sembra sia morta impunita, finì nelle mani della giustizia assieme alle quattro “comari” (Giovanna de Grandis, Maria Spinola soprannominata “Grifola”, Laura Crispolti e Graziosa Farina) che l’aiutavano a produrre e dispensare la pozione letale. Processate a Roma e condannate a morte, le cinque criminali nel pomeriggio del 5 luglio 1659 vennero impiccate alle forche erette a Campo dei Fiori.
