//“Il Re della foresta”

“Il Re della foresta”

di | 2025-06-25T10:54:43+02:00 15-6-2025 17:24|Alboscuole|0 Commenti
Era il giorno più secco e caldo dell’estate. Io e i miei compagni avevamo in programma una partita a tennis alla quale eravamo stati invitati da un nostro vecchio amico, noto a tutti per le sue eccezionali qualità di tennista. Il campo era in campagna, nei pressi di Taranto, dove ci saremmo recati accompagnati dai nostri genitori. Arrivati a destinazione, scendemmo dalle auto pieni di adrenalina; subito fummo investiti da un boato, simile al rombo di un motore e per un attimo fummo presi da un tremito, ma nessuno disse nulla: avevamo in mente solo la nostra partita. Appena scendemmo dalle auto, i nostri genitori se ne andarono perché sapevano che con noi ci sarebbero stati i genitori del nostro amico. Ci avviammo e dopo qualche passo iniziammo a scorgere il campo che, da subito, ci sembrò malandato. Appena ci fummo avvicinati, notammo che era il campo da tennis più orrendo e fetido che avessimo mai visto: immaginai che fosse stato abbandonato da molti anni. Ma nessuno di noi voleva rovinare la partita tanto agognata e in attesa dell’arrivo del nostro amico, iniziammo a giocare con alcune palline trovate per terra.  Il tempo passò più veloce della luce; in un batter d’occhio era sopraggiunta la sera e il nostro amico non si era ancora fatto vivo. Provammo a chiamarlo al cellulare, ma nessuno ci rispose; delusi e amareggiati provammo a chiamare i nostri genitori. Iniziammo a preoccuparci; ormai  non sapevamo più che fare, visto che il sole era calato e a mala pena ci potevamo riconoscere l’un l’altro. Dopo una mezz’oretta spesa nel provare a chiamare i nostri genitori, senza  risposta, erano arrivate le dieci. Decidemmo di esplorare i dintorni. Senza rendercene conto, ci eravamo addentrati in un bosco nei pressi del campo; ci immergevamo  sempre più e ci sembrava che il cielo stesse diventando tenebroso. Accendemmo le torce dei nostri cellulari e continuammo a camminare fino a quando  ci si parò innanzi la distesa di un prato che accerchiava una possente quercia: pareva alta come un palazzo di cinque piani. All’improvviso ci parve che l’albero si muovesse; sembrò che le sue radici si staccassero da terra e che iniziasse a camminare verso noi. Appena si avvicinò, notammo che la pianta ci stava guardando fissi e improvvisamente emise un boato. Presi dalla paura, ci mettemmo a correre diretti verso il campo, ma a un certo punto mi accorsi che i miei compagni non si trovavano né davanti né dietro: ero rimasto solo. Dopo dieci minuti di corsa iniziai a scorgere il campo nella boscaglia ma, arrivato al cancello, il mostro mi si parò davanti: non so come avesse fatto ad arrivare lì prima di me. Ora avevo modo di osservarlo bene: vidi che sul possente tronco di quercia erano presenti molte incisioni che raffiguravano piccoli personaggi stilizzati rincorsi da enormi ombre. Notai anche una lista di nomi che presupposi fossero le sue vittime e immaginai che a inciderle fosse stato lui stesso. Al centro del fusto si trovavano due fessure che costituivano i suoi occhi;  sotto le aperture era situata un’enorme  bocca, simile alle bocche che i bambini incidono sulle zucche di Halloween. All’ interno delle spaccature si poteva scorgere un colore più scuro della notte e più scuro del colore più scuro al mondo. Salendo con lo sguardo vidi che i suoi rami erano fitti come il bosco; le foglie erano enormi e di un nero penetrante. Dopo qualche secondo, mi accorsi che tre grossi rami si stavano  avvicinando a me; non terminavano con una punta, come gli altri, ma con alcune maschere di legno. Su ognuna era incisa un’emozione  diversa: nella prima era inciso un volto solare e luminoso, nella seconda uno triste e nell’ultima uno terrorizzato. Pensai che questi volti si fossero messi a discutere su cosa avrebbero potuto fare di me. Mi ricordai che era impossibile per dei rami comunicare ed emettere suoni, ma dopo qualche minuto sentii la maschera solare dire, con una voce che assomigliava ad un fruscio di foglie, che avrebbero potuto cuocermi e mangiarmi, mentre quella triste diceva che sarebbe stato meglio ridurmi in schiavitù. La terza maschera era taciturna e lasciava agli altri immaginare la mia fine. A un certo punto sentii un boato, più potente di un tuono, proveniente dal tronco, che fece zittire i rami i quali tornarono muti nella loro posizione. L’albero spalancò le fauci e cominciò a chiedermi cosa facessi da quelle parti: gli spiegai che mi ero perso in quell’oscuro bosco e ora non sapevo dove andare. Appena  cominciò a parlare iniziai a sentire uno strano odore, un misto tra gli odori del bosco e un tanfo simile a quello di topi morti: la puzza proveniva dall’interno della bocca di quell’essere. Provando a mascherare la mia faccia disgustata, cercai una via di fuga, ma il mostro non lasciava una strada aperta a nessuno. Intanto sentivo delle urla provenienti dall’interno del bosco e supposi che fossero le grida dei miei compagni che mi cercavano e non sapevano che mi trovavo faccia a faccia con l’enorme quercia. La pianta riprese a parlare spiegandomi  che si chiamava Quentin, ma tutti la chiamavano “Il Re della foresta”. Dopo aver ascoltato attentamente le sue parole, dissi che non ero lì per sfidarlo, ma volevo solo tornare a casa con i miei amici. Mi sembrò che il mostro stesse ragionando perché nei suoi occhi apparve una fitta nebbia: dopo qualche minuto, rispose che chiunque lo avesse infastidito avrebbe fatto una brutta fine. L’essere iniziò ad avanzare verso di me. Appena una delle sue foglie mi sfiorò la fronte, iniziai a correre verso la strada. Scavalcai la recinzione e corsi come non avevo mai fatto. Correvo e non sentivo la fatica: tutte le mie emozioni erano oppresse dalla paura. A un certo punto le mie gambe non ce la fecero più, notai un grosso masso e mi andai a nascondere, sperando che il mostro non mi stesse ancora inseguendo. Appena mi accosciai, cercai il mio cellulare per accendere la torcia: non lo trovavo da nessuna parte e capii che l’avevo perso durante la mia corsa sfrenata. Disperato, mi guardai intorno temendo di scorgere il mostro. Ero stremato e non avevo più forze per fuggire ancora; ero pronto ad arrendermi, finché dalla strada non apparve un bagliore di fari che pian piano si avvicinavano sempre più. Per fortuna quei fari erano della macchina dei miei genitori che, appena mi videro, accostarono per farmi salire sull’automobile. Dopo essermi calmato raccontai tutto: dei miei amici, del mostro e di tutto quello che mi era capitato in quell’assurda notte. Appena  finii di parlare escogitammo un piano per recuperare i miei compagni e immediatamente partimmo alla loro ricerca. Trovammo i miei compagni al confine del  bosco. Come me, erano terrorizzati, così li facemmo salire e scappammo  più veloci che potemmo. Fummo così tutti salvi, del mostro non sapemmo più nulla e nemmeno del mio amico che ci aveva invitato in quello strano bosco per quella strana partita di tennis.

Andrea Tonasso