//Due personaggi in cerca d’autore: recensione a “La Locanda dell’Ultima Solitudine” di Alessandro Barbaglia

Due personaggi in cerca d’autore: recensione a “La Locanda dell’Ultima Solitudine” di Alessandro Barbaglia

di | 2018-07-11T16:53:50+02:00 11-7-2018 16:53|Alboscuole|0 Commenti
di MARTINA DEPLANO –

Libero e Viola, protagonisti del romanzo d’esordio di Alessandro Barbaglia, non si conoscono, ma entrambi vivono un’esistenza diversa da quella che sentono davvero loro e sono in attesa: lui aspetta di incontrare la donna che gli cambierà per sempre la vita, lei cerca la forza per andarsene dal minuscolo paese in cui abita; si incontreranno alla Locanda dell’Ultima Solitudine, dove il protagonista ha prenotato un tavolo per due con dieci anni di anticipo.

Libero vive nella Città Grande, in una casa vuota con le pareti dipinte di blù, insieme ad un cane nero di nome Vieniquì, che scompare e riappare, intrecciando i destini dei personaggi. Il giovane da sempre ama l’attesa ed è convinto che, se qualcosa nella vita non arriva, è semplicemente perché non la si è aspettata abbastanza; per questo motivo, dopo aver trovato il biglietto della Locanda nel baule che gli ha regalato una vicina di casa, egli prenota un tavolo a dieci anni di distanza, scommettendo sul proprio futuro, profondamente convinto che in quel giorno cenerà con la donna che aspetta da sempre, la sua “lei con le labbra rosse color Nebbiolo”.

Viola vive a Bisogno insieme alla madre Margherita, che, come tutte le donne della famiglia, accorda i fiori,proprio come si accordano gli strumenti musicali, perché il vento si riempa delle loro voci e le diffonda ovunque, “ispirando sinfonie di sogni futuri alle persone”. La giovane, però, è un fiore selvaggio, segnato e indurito dall’abbandono del padre, che se n’è andato all’improvviso, portando con sé un terribile segreto; così, Viola non crede fino in fondo alle parole della madre, non vuole ascoltare le voci dei fiori e non è brava ad accordarli: desidera solo fuggire e perdersi in posti lontani. Ella in una delle tante lettere che scrive al padre e poi imbuca nel camino acceso scrive: “Ho bisogno della libertà che qui non ho. Da te, dal tuo fantasma, dalla mamma che urla per scacciarlo, dai fiori da accordare”.

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A fare da cornice alla vita dei due protagonisti c’è una serie di personaggi, unici e particolari, connessi tra loro da fili invisibili, come Lena che regala a Libero il baule che custodisce un tesoro prezioso, Enrico, un partigiano falegname che ha costruito una nave mancata e cucina piatti che hanno il sapore dell’immaginazione, e Don Piter, giovane sacerdote che ”suona da Dio il pianoforte” e coltiva tutte le piante citate nella Bibbia, ma si fa scrivere le orazioni da leggere in chiesa ai credenti.

Infine, c’é la Locanda, a strapiombo sul mare, protetta da un bosco di lecci, ”tutta in legno, fatta di poche stanze e una sola certezza: se sai arrivarci, facendo tutto quel sentiero buio, che ci vuole poco a perdersi, quello é il posto più bello del mondo”.

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L’atmosfera del romanzo è quella delicata e surreale delle fiabe, il tono appare leggero ed ironico e lo stile particolare, impreziosito da giochi di parole, capaci di evocare sensazioni, di richiamare suoni e profumi, più che di descrivere realisticamente le scene.

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